Ricordi di uno scrittore nel crepuscolo

Apparso la prima volta nel settembre del 1930, e ristampato nel novembre del 2008 dall’Editrice Salerno, Si sbarca a New York è il “romanzo” a cui Fausto Maria Martini è più legato, quello a lui più caro.

Impregnato del dolce e nostalgico ricordo di un periodo di vita giovanile, che lascerà un segno indelebile nella sua vita e in quella di alcuni membri di quel piccolo cenacolo che si era venuto a creare, a inizio Novecento, per le strade notturne di Roma. In primis, il ricordo drammatico e travolgente dell’amicizia col poeta-fanciullo della nostra letteratura, del mitico crepuscolare morto di tisi al 21esimo anno di vita, dell’autore del “Piccolo libro inutile” e del “Libro per la sera della domenica”; di Sergio Corazzini. Si può dire che l’intero libro sia imbevuto, inzuppato della sua malinconica e tenera rimembranza, un continuo rimandi alla sua figura e alla sua poesia, che tra una pagina e l’altra appare e scompare costantemente, come una fonte di gioia e di tormento persistente nell’amico Martini.

Il libro, diviso in tre parti (anche se l’ultima consiste in un breve epilogo bellissimo), è un passaggio obbligatorio alla vita adulta, cominciato in quel piccolo novero di amici poeti di cui spiccava, o ancora meglio sovrastava, il Corazzini. Le serate passate tra le strade romane fino al sorgere del sole, fra conversazioni e citazioni di poesie (soprattutto quelle del giovanissimo morituro), la descrizione tenera e straziante del vissuto dell’enfant prodige della loro cerchia, quella crepuscolare romana, che si distruggerà automaticamente dopo la morte di Sergio (titolo questo, del capitolo più doloroso del libro), e il tentativo disastroso di fondare una rivista letteraria in difesa dell’arte e in cui pubblicare le loro fatiche poetiche, sono ciò che rappresenta quel percorso esistenziale che l’autore racconta nella prima parte del libro, e che nella seconda, subirà una sterzata netta e decisa col viaggio intrapreso insieme a due amici, Alberto Tarchiani e Gino Calza-Bini, in America, per stornare la profonda afflizione che pesava sul capo dei tre ragazzi dopo la dipartita dell’amico amato. Tra mestieri improvvisati (quello dell’albergatore) e lavori umili (quello del lustrascarpe) i nostri emigrati vivono la loro giovinezza in un esilio volontario che per certi versi li soddisfa e per altri li rattrista e li spinge a domandarsi più volte sul perché della loro fuga. In tutto questo il fantasma di Corazzini aleggia nei loro pensieri, aiutato dai pochi libri che i poeti s’erano portati appresso nel Nuovo Mondo.

Nella terza e ultima parte ci ritroviamo a Roma, ad assistere alla riesumazione dei resti mortali di Sergio dalla fossa comune (dove erano stati sepolti anni prima) e al trasporto di esse verso il colombario; nel silenzioso dolore dei pochi accorsi al richiamo di quel rito. La pioggia, contenuta per tutta la funzione dal cielo plumbeo, li risolleverà tutti.

Perdonato per le piccole imprecisioni messe in evidenza nelle note (peraltro utilissime e dettagliatissime), il Martini non tralascia nulla e rende sì caro il ricordo del Corazzini al punto da provar dispiacere a non averlo conosciuto; a non aver potuto chiedere, come lui invece ha fatto, quello che ogni poeta desidera domandare al proprio idolo letterario: che cosa è la poesia?

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