La poesia di Beppe Salvia

È un atto d’amore e di fede quest’ampia scelta di poesie di Beppe Salvia, a cura di Emanuele Trevi e Flavia Giacomozzi per l’editore Fandango. Certamente questo libro ha un valore innegabile: copre la vasta lacuna che si è venuta a creare nel tempo circa la conoscenza dell’opera salviana: sia per la precoce dipartita, sia per la frequentazione assidua dei suoi versi (in vita) in varie riviste letterarie, soprattutto quelle romane (“Braci”, “Prato Pagano” e “Nuovi Argomenti”). L’introduzione, ossequiosa e amicale, e la biografia dettagliata completano l’interessantissimo volume.

Attirati tutti dalla tragica vicenda umana, sono state spese pochissime parole sull’opera o per meglio dire sui versi del poeta lucano naturalizzato romano. Le tre raccolte presenti nel libro più le poesie disperse rappresentano concretamente l’iter magnum dell’opera salviana, la sua vita in versi, l’ossessiva ricerca d’espressione di un malessere percepito in tutte le sue sfumature. Perché Beppe conosceva il suo dolore; lo conosceva eccome.

Cominciamo a dire che la prima silloge, Estate (pubblicata con lo pseudonimo di Elisa Sansovino), fu l’unica organizzata e approvata dall’autore per la pubblicazione; le altre due (Cuore, cieli celesti, e Elemosine Eleusine) invece, furono raggruppate e pubblicate da amici et estimatori.

Sicuramente il lettore inesperto o non avvezzo alla lettura di poesie troverà i versi di Salvia piuttosto complicati e ingarbugliati; e non ha tutti i torti. La continua ricerca d’una forma appropriata al proprio pensiero ha fatto sì che la sua metrica oscillasse sempre (o quasi) tra la sperimentazione e la tradizione, tra l’oscurità e la luminosità, tra il linguaggio quotidiano e il vocabolario aulico. A volte è tutto così confuso, contorto; altre volte invece la limpidezza del verso ci disseta piacevolmente: ” Adesso/io amo questa nostra vita mite/ e quei colori e quei versi, e tutta/infinita grandezza e la pazienza/del nulla attorno a queste sillabe.” oppure ” La salvia la menta/il basilico e i sedani dipingo/su tele bianche con pochi colori./Il verde perché son verdi le piante,/e bianco il bianco nulla della tela,/e il rosso dei tramonti su la vela/del cielo che apre un teatro vero/a questi miei pensieri. Io dipingo/la sera quando i tormenti più vivi/accendono il cielo e bruciano il cuore,/e all’alba quando già nulla è la vita.”

Umberto Saba, in una lettera a Sandro Penna, scrisse: “Vuoi diventare oscuro? Non credo che ci guadagneresti, in nessun senso. Se ti esprimi in geroglifici, nessuno ti legge; e poi anche i geroglifici sono oggi facili ad essere interpretati”. Ah! Che meraviglia quando musicalità e comprensione son presenti in una poesia! Ebbene, posso affermare che alcune volte l’irrequieto Salvia riesce felicemente nell’impresa.

La critica ha indicato nella raccolta poetica Cuore (cieli celesti) il capolavoro di Beppe Salvia. Ammetto di non essere d’accordo con siffatto giudizio, per la semplice ragione che il Salvia era più un poeta da rivista, da giornale, da lettura in pubblico, da singola poesia di natura romita, isolata (proprio come il poeta), che un autore di opere unitarie e organiche; un po’ come lo era il poeta perugino Sandro Penna, per intenderci. Secondo me, se si vuol trovare il capolavoro di Salvia, bisogna scovarlo come i cercatori d’oro, con pazienza e attenzione, e non disperare se da un grande fiume si traggono poche pepite d’oro.

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